Il protagonista di questo rigenerante racconto è un bambino che, alla
tenera età di cinque anni, si ritrova orfano dei propri genitori e –
siamo all’inizio degli anni ’30, quelli della Grande Depressione – va a
vivere con i nonni. Ma i nonni non sono tipi qualunque, dato che “il
nonno era mezzo Cherokee e nonna lo era tutta”.
Entriamo qui in
contatto con un tòpos della cultura americana soprattutto novecentesca:
la celebrazione della cultura dei nativi americani, seguita al loro
sterminio, da parte di esponenti di quella stessa civiltà che ne aveva
compiuto l’eliminazione fisica. Dietro il velo di questa perdurante
ammirazione si nasconde quindi un gigantesco senso di colpa che mai
troverà soddisfazione e qualcosa di non detto che pesa come un macigno,
come una domanda che non si ha mai il coraggio di pronunciare ma che
occupa la mente di tutti: se gli innumerevoli popoli dei nativi
americani fossero ancora vitali come nell’Ottocento e occupassero vaste
porzioni del Nordamerica, i bianchi, i Wasp o gli yankees, come
preferite chiamarli, sarebbero ugualmente così ben disposti verso di
loro? Perché solo nel caso di una risposta affermativa tutta questa
fascinazione per gli indiani d’America da parte di noi bianchi si può
definire sincera e i lori insegnamenti possono mettere radici nella
nostra identità culturale e morale, anziché ridursi ad orpello mentale
di una civiltà che ha sempre bisogno di rifarsi una verginità, per
potersi dire: quanto siamo bravi, e superiori a tutti gli altri, noi che
sappiamo ammettere le nostre colpe, che ricordiamo e celebriamo i
popoli da noi sconfitti chiamando Tomahawk e Apache le nostre migliori
armi da guerra, usate per altri sterminii, in una catena senza fine di
violenza, stupidità e autoassoluzione.
Per questo mi accosto sempre
con una certa diffidenza ad opere di autori occidentali che abbiano i
nativi americani e la loro cultura come protagonisti, ho sempre la
sensazione che leggere le pagine di libri come questo sia un atto
vagamente sacrilego, nei confronti di un popolo il cui perdono non
abbiamo ancora veramente cercato.
Detto questo, il libro di Forrest
Carter è veramente bello e narra, capitolo dopo capitolo, l’educazione
alla cultura Cherokee del giovane protagonista. Gli insegnamenti che,
amorevolmente, gli vengono impartiti dai nonni hanno sempre la loro
fonte originaria nell’osservazione partecipe della natura o, per meglio
dire, di Mon-o-lah, la madre terra, la cui voce giunge a noi attraverso i
suoi figli: Tal-con il falco, Pa-koh il giaguaro, Ti-bi l’ape, Tel-qui
il tacchino e tutti gli altri esseri viventi, i quali dicono a chi vuol
ascoltare che tutti siamo legati l’uno all’altro, che ogni singolo
essere vivente, uomo compreso, esiste in relazione a tutti gli altri
esseri viventi che compongono il creato. Questo insegnamento è alla base
della Via del Cherokee.
Pagina dopo pagina, attraverso il racconto
di Piccolo Albero, ci immergiamo sempre più in questa vita vissuta in
piena armonia con la natura circostante, in questo caso i boschi di
montagna; presi per mano dal piccolo protagonista, veniamo condotti
lungo la Via e ci viene spiegato che ogni persona ha una mente del
corpo, legata alle necessità della vita fisica, e quindi egoistica, e
una mente dello spirito, che è poi “quel che [di noi] sopravvive quando
tutto il resto muore”, quella parte di noi che ci consente di
comprendere veramente gli altri esseri viventi, di parlare il linguaggio
degli animali e financo di sentire i pensieri degli alberi, “ma è
impossibile spalancarle la porta finché non la smetti di essere avido e
meschino con la tua mente del corpo”, perché “com’è ovvio, comprensione e
amore sono tutt’uno”.
E così capiamo anche quanto ogni Cherokee
fosse parte della terra che, sotto i mocassini, sentiva “spingere e
gonfiarsi, ondeggiare e cedere… e sentivo le radici che ne venavano il
corpo e la vita dell’acqua-sangue, profonda dentro di lei”. E non sembra
più un’esagerazione retorica l’affermazione che “mentre il Cherokee si
allontanava dalle sue montagne, aveva cominciato a morire”, né pare più
eccessivo sostenere che l’uomo bianco, sradicandosi dalla sua terra, ha
ottenuto molte conquiste ma altrettanto ha perduto, in particolare nella
capacità di sentire e comprendere. Così la parola dei Cherokee sembra
destinata a perdersi, non essendoci più nessuno a pronunciarla né
qualcuno ancora in grado di ascoltarla. E la Via dei Cherokee sembra
finire in un cimitero. Oppure no?
P.S. Naturalmente, c’è molto
altro in questo splendido racconto. Ci si può anche divertire a
raccogliere tante annotazioni pratiche di vita nei boschi, ricavandone
una sorta di Manuale delle Giovani Marmotte Indiane!
mercoledì 23 luglio 2014
PRESENTAZIONE - parte seconda
Perché intitolare questo blog il solco della modernità? Un’intuizione che non ho voluto abbandonare, un’espressione che non mi si è più staccata dalla mente come una maglietta bagnata sulla pelle.
Il solco della
modernità è il segno che l’epoca in cui viviamo traccia sulle nostre vite. E’
un dato ineluttabile, è l’orizzonte della civiltà entro cui siamo destinati a
vivere, oltre il quale nulla esiste, da cui non è concepibile fuga alcuna,
poiché al di fuori di queste coordinate psichiche e culturali tutto è caos e
follia.
E’ una gabbia, certo, ma in eterno movimento lungo questo
solco che tutti noi contribuiamo a tracciare.
Esistono epoche in cui molti, tutti insieme, spinti da un
intento comune, possono credere di poter deviare il percorso che questo solco
pare predestinato a seguire, epoche in cui l’orizzonte si amplia
inaspettatamente e tutto pare possibile, financo, volendolo, invertire il
percorso e tornare sui propri passi. Sono momenti rari, tragici il più delle
volte, in cui interessi difformi convergono nella stessa direzione,
concentrandosi in picchi di energia psichica, pennacchi che disperdono presto i
singoli filamenti di cui sono composti in innumerevoli direzioni.
Di norma, invece, gli eroi solitari, privi di un grande
seguito, che pretendono, alla stregua di novelli Titani, di sfidare gli Dei
sembrano essere in numero troppo esiguo per raggiungere quella soglia critica
oltrepassata la quale i sogni palingenetici e le istanze di cambiamento trascolorano
nella realtà e una morsa feroce devia l’Aratro della Vita.
D’altra parte, però, modificarne il percorso di un angolo
insignificante è più che sufficiente a far sì che nel lungo termine si crei una
distanza enorme dal percorso prestabilito. Ed è proprio questa la segreta
consapevolezza che dona ad ogni singolo ribelle, per quanto isolato nel mondo
delle proprie idee, inascoltato o rinchiuso in una gabbia di cemento e metallo,
la forza di continuare a lottare senza lasciarsi trascinare inerte sul fondo di
questo solco dalla corrente della Storia, ma offrendo resistenza con un
movimento laterale lungo le pareti scoscese che franano sotto il suo stesso
peso, cercando di spingersi con fatica immane fin sul bordo di questo solco, là
dove l’orizzonte è più ampio e al tempo stesso si fa più oscuro.
Ecco, questa è l’immagine che è emersa sulla superficie
della mia consapevolezza pensando a un titolo da dare a questo blog e qui la
condivido con voi.
martedì 8 luglio 2014
RECENSIONE di Francisco Coloane, Terra del Fuoco, Ed. Guanda.
RECENSIONE di Francisco Coloane, Terra del Fuoco, Ed. Guanda.
In questi racconti dello scrittore cileno Francisco Coloane
i personaggi sembrano prendere vita dalla terra che calpestano, quella Terra
del Fuoco che costituisce l’estremità meridionale della Patagonia e, quindi, del
continente americano. Là, in quelle terre lontane, l’Uomo e la Natura
interagivano senza che l’uno prevalesse sull’altra, in quell’estrema propaggine
delle terre australi ancora non si era interrotto il dialogo tra l’uomo e l’ambiente
naturale che lo ospitava; al contrario, la Natura, con il suo movimento
ciclico, la solitudine dei suoi paesaggi, l’irrefrenabile energia delle sue
manifestazioni, la sua capacità di essere accogliente e innocentemente
violenta, impudica e ricolma di sacralità fa da contrappunto ai pensieri degli
uomini , alle pulsioni profonde che li smuovono e motivano le loro azioni, alle
correnti interiori che scolpiscono con forza o plasmano con delicatezza le loro
anime, alla misera linearità del loro tempo, che li espone all’ossessione
peculiare, quella per l’idea della Fine, alla sfiancante rincorsa di un
orizzonte di pienezza e serenità che sanno non essere loro concesso in questa
vita.
Infatti, la capacità di accogliere in sé la Natura, di
“portare la civiltà nella natura e la natura nella civiltà” è il vero
Eden che l’uomo continua a sognare ma che rappresenta ormai un traguardo
irraggiungibile, poiché non è davanti a sé, ma alle proprie spalle, appartiene
ad uno condizione, lo stato di natura, al quale siamo sfuggiti ormai
definitivamente. Non c’è possibilità di tornare sui propri passi, se non al
prezzo di perdersi. Come fa dire ad uno dei suo alter ego letterari: “la natura
prima ti ‘disintegra’, e poi ti ‘integra’ in lei come uno dei suoi elementi.
Nella prima fase ci si sente annichiliti, alcuni periscono, mentre nella
seconda si rinasce con un nuovo vigore; è così che, a volte, seleziona e
distrugge ciò che più le conviene. […] Fu come se avessi cessato di essere me
stesso. […] tutto era lì, nella natura, di fronte alla quale fino ad allora mi erano
mancati occhi, sensi, mente, per vedere, ascoltare e riflettere”.
La natura è protagonista, come in London, al quale Coloane è
stato paragonato; ma in questi suoi racconti il tono non è mai epico, piuttosto
lo si può definire crepuscolare, come il sole basso di queste terre estreme. Nella
Patagonia di Coloane la sottile crosta della civiltà era spaccata e
attraversata da solchi profondi, come terra bruciata dal sole, lì ogni essere
umano (o, meglio, ogni uomo bianco), di
fronte ad una natura selvaggia e, spesso, ad una sconfinata solitudine, si
mostrava brutale, laconico, fragile e tagliente quanto il paesaggio che lo
circondava e, soprattutto, poteva capitare di scoprire che, “per quanto l’uomo
fosse arrivato a dominare la natura, non riusciva ancora a dominare la propria…”. A dimostrarlo è più che sufficiente la violenza sconfinata e
irredimibile nei confronti di chi ha voce né diritti, ossia le sparute comunità
di indios che lì ancora sopravvivevano e la natura stessa, violentata non solo
metaforicamente.
venerdì 20 giugno 2014
recensione di T. Todorov, La conquista dell'America. Il problema dell'"altro", Einaudi Ed.
L’argomento centrale di questo
libro è il rapporto dell’uomo occidentale con l’alterità, studiato attraverso
quella che Todorov considera una storia
esemplare, ossia una storia vera qual è la Conquista spagnola dell’America,
rivista e interpretata alla luce del suo significato più profondo, che è sempre
un significato etico. L’intento dell’autore è, infatti, che si ricordi “quel
che può accadere se non si riesce a scoprire l’altro. Perché l’altro deve essere scoperto”.
Si faccia caso alla dedica che l’autore ha inserito a
coronamento di questa sua fatica, di cui bisogna veramente essergli grati.
Todorov scrive: “Dedico questo libro
alla memoria di una donna maya divorata dai cani”, facendo riferimento ad un
episodio minimo, per quanto atroce, di quelli che restano sommersi e
schiacciati sotto le macerie della Storia nel suo inarrestabile avanzare e che
soltanto uno studioso poteva resuscitare dal resoconto di un cronista della
Conquista spagnola. Il riferimento a questa violenza disumana, che in nessun altro
modo poteva essere risarcita se non ricordandola e intendendone il significato
profondo, illumina quest’opera nel suo complesso e ne fornisce la chiave
interpretativa, ricollegando in modo esplicito la riflessione di Todorov ad una
genealogia e ad una bibliografia illustre che possiamo racchiudere sotto
l’etichetta di “critica della Modernità”: quella donna maya, infatti, non è
diversa dalle vittime innocenti che tormentavano la mente di Dostojevskij e
rendevano problematico il suo Cristianesimo o dalle innumerevoli vite spezzate
cui Solzenicyn, caparbio cronista dell’orrore comunista, ridà volto e nome o,
ancora, dalla disumanizzante macchina dello sterminio cui Primo Levi
contrappone la lucidità spietata della sua analisi.
Come questi autori e molti altri
hanno saputo mostrare con il loro esempio, fondamentale è non lasciarsi
annichilire da questa sofferenza immane, non razionalizzabile - che pare
rovesciarsi come una poderosa valanga lungo il pendio della Storia, travolgendo
ogni possibilità di comprensione - e, assumendo consapevolmente il ruolo di
testimoni del Male nella Storia, affrontare ciò che si deve assolutamente
contrastare con gli strumenti che la ragione ci offre. Nel caso della storia
della Conquista dell’America, il Male che ha prodotto un vero e proprio
genocidio di cui non esistono paragoni si chiarisce – fuoriesce dall’ottusità
di cui il Male si ammanta - affrontando il nodo antropologico della relazione
con l’Altro. Il libro si articola infatti in quattro parti - rispettivamente
intitolate Scoprire, Conquistare, Amare e Conoscere – , di
cui le prime due sono quelle storicamente più rilevanti (tanto che i termini
“scoperta” e “conquista” dell’America in apparenza racchiudono in sé il pieno
significato di queste vicende), mentre le altre due mostrano la strada che
soltanto alcuni hanno saputo e voluto percorrere.
La grandezza di Todorov e il
valore eccelso di questo saggio risiedono nella capacità dell’autore di non
limitarsi ad un’incolore esposizione di fatti e di non lasciarsi irretire dal
Male attraverso la fascinazione che esso esercita su chiunque vi posi lo
sguardo. Todorov, infatti, non si perde nella morbosa elencazione degli orrori
compiuti dagli spagnoli del Cinquecento e nella descrizione di un Male che
alcuni vorrebbero assoluto e quindi tanto meno conoscibile quanto più lo si
ingigantisce, alla stregua di un esteta che, innamorato di un’opera d’arte, sia
affascinato da ogni più piccolo dettaglio, tanto da vedervi un frammento
dell’Assoluto dentro al quale sarebbe disposto a perdersi per l’eternità.
Niente di tutto questo in Todorov. Come scrive a conclusione del suo lavoro:
“E’ piuttosto superficiale accontentarsi di condannare i cattivi conquistadores
e compiangere i buoni indiani […] Riconoscere, per alcuni aspetti, la superiorità
dei conquistadores non significa farne l’elogio; è necessario analizzare le
armi della conquista se si vuole che essa un giorno abbia fine”.
I personaggi chiave dell’epoca li
ritroviamo quindi in tutta la loro complessità, con le loro idiosincrasie esposte
in piena luce – Cristoforo Colombo sul crinale di una Modernità cui proprio lui
apre le porte, con la sua mentalità di uomo del Medioevo guidato da una fede
incrollabile e da un dialogo continuo con il suo Dio e una passione altrettanto
indomita di esplorazione di questo nostro mondo e di conoscenza (e ammirazione)
della Natura, che lo avvicina invece alle generazioni successive di
esploratori; Cortés, condottiero lucidissimo - come ci aspetteremmo da un
comandante di secoli più vicini a noi (o ancora più lontani) – che dimostra di
aver recepito perfettamente la lezione di Machiavelli, portatore di una
moralità nuova, già pienamente moderna, desideroso non di conoscere gli
indiani, ma di comprenderli per poterli sconfiggere più facilmente, con le armi
dell’astuzia –simulazione e dissimulazione - più che con la forza delle armi;
Moctezuma, guida suprema di un popolo che, avendo una concezione ciclica del
tempo, cerca ossessivamente nel passato i segni per comprendere il presente e
dare un senso ad un evento unico come l’arrivo degli Spagnoli, condannandosi
alla sconfitta; e poi uomini come Bartolomé de Las Casas e Bernardino de
Sahagun che, con approcci diversi, hanno saputo avvicinarsi agli indiani e
scoprire in loro una comune appartenenza all’umanità.
Ma dal confronto/scontro con
un’alterità tanto radicale emerge anche l’identità profonda della nostra
civiltà, schematizzata in dualismi che l’autore spiega con rara efficacia
espositiva, ad esempio le contrapposizioni civiltà narrative/ civiltà interpretative,
civiltà del massacro/civiltà del sacrificio, civiltà allocentrica/civiltà
egocentrica. Todorov ci ricorda così che “si impara a conoscere l’altro
attraverso noi stessi, ma anche a conoscere noi stessi per mezzo dell’altro”.
In conclusione, credo non siano
molti i saggi storici che possano vantare una tale densità di contenuti unita ad una chiarezza espositiva tanto
efficace. E’ un testo imprescindibile per comprendere la modernità di cui ancor
oggi siamo parte (per quanto si voglia distinguere la nostra contemporaneità
dicendo di noi stessi che siamo post-moderni)
e soprattutto le contraddizioni insolute che ci trasciniamo con crescente
fatica lungo il nostro cammino. E’ una dimostrazione lampante di come lo
sguardo obliquo del genio possa offrire una nuova prospettiva su eventi
cruciali del nostro passato, di cui mille e mille volte si è scritto e parlato
senza mai comprenderne l’essenza.
recensione a Erri De Luca, Montedidio, Feltrinelli Ed.
Un paio d’anni fa ho avuto il piacere di vedere e ascoltare
Erri de Luca al Salone del Libro di Torino e mi sono scoperto ad osservare che
il suo modo di parlare sembrava rispecchiarsi molto bene nella sua scrittura: il
ritmo regolare del suo eloquio, privo di brusche accelerazioni o di ripensamenti
e incertezze, con una sottile musicalità quasi da cantastorie; l’attenzione
sempre percepibile per la scelta delle parole; il suo modo di scandire una voce
potente e cristallina da attore di teatro e, al tempo stesso, l’apparente
fatica di parlare con una lingua che pareva non essere la sua più autentica,
quella con cui parla la voce della sua anima.
Anche in questo romanzo breve, infatti, la napoletanità emerge come un dato
centrale della sua biografia e proprio dal contrasto tra la lingua italiana e
il dialetto napoletano prende avvio una riflessione di carattere antropologico
intessuta all’interno della narrazione: l’italiano è una lingua straniera
(p.20), lingua del Potere (“con l’italiano uno si difende meglio”, p.7), dunque
una lingua distante, fredda, quasi burocratica (“scrivo in italiano perché è
zitto e ci posso mettere i fatti del giorno, riposati dal chiasso del
napoletano”, p.7), una lingua incapace
di comunicare le passioni che smuovono il napoletano, inabile ad esprimere la
diversa sensibilità che lo caratterizza, in definitiva una lingua
morta.
Erri descrive un mondo di povertà materiale, ma non
spirituale; con i suoi personaggi mette in scena un
popolo che vanta un suo codice morale e un suo proprio senso dell’onestà non
imposto da un’educazione esteriore (“o si dice in faccia o si sta zitto”,
p.71), gente che si prende molta confidenza persino con Dio, intrattiene con lui
un rapporto blasfemo, fin quasi a negarne l’esistenza (“Rafaniello dice
che a forza di insistere Dio è costretto a esistere, a forza di preghiere si
forma il suo orecchio, a forza di lacrime nostre i suoi occhi vedono, a forza
di allegria spunta il suo sorriso”, p.57) o l’interessamento per le umane
vicende (“Sì, vede tutto [il padreterno], ma se non ci penso io a aggiustare le
cose, se ne sta a guardare lo spettacolo”, 50), ci litiga, lo
prende a male parole o se lo prende per mano, quasi fosse un pischello
cui bisogna insegnare proprio tutto; ma
è un privilegio che questo popolo si è preso per ciò che ha vissuto, perché “ha
conosciuto lo schifo” (p.69), ha visto troppo dolore e troppa violenza - una
violenza che si sente nel corpo (“la mossa sbagliata di un altro schioda un
coperchio e salta fuori il sangue maligno”, p.132) – e conosce
l’arroganza della morte (“a Napoli la morte non si vergogna di niente”, p.67). Una massa di dolore che ti attraversa da parte
a parte solo quando ne è vittima un essere non toccato dal peccato, com’è il
caso di un asino, nel racconto di don Rafaniello (“il suo grido invece è inutile, gigantesco, riguarda solo lui
e Dio, l’uomo è escluso”).
A Napoli ci si deve arrangiare per vivere, perché non c’è
Dio cui rivolgersi, né uomo o istituzione che non mettano davanti a tutto i
lori interessi particolari, non c’è niente di sicuro cui aggrapparsi né
fondamenta solite sulle quali costruire le proprie fortune, non si può nemmeno
aver la pretesa di desiderare qualcosa (“L’anno passato non mi sognavo di
chiedere questo, è successo da solo, senza un desiderio”, p.97); il caso sembra
essere il vero padrone delle vite dei napoletani. Un esempio può chiarire
ulteriormente questo aspetto: anche a Napoli, come in ogni dove, c’è chi lavora
e chi vive del lavoro altrui, ma non a caso lì si usa sempre il verbo “tenere
invece di avere. Avere è presuntuoso, invece tenere lo sa che oggi tiene e
domani chi sa se tiene ancora” (p.89).
In questo panorama di macerie, ciò che tiene vivo e vitale,
persino allegro, il napoletano è forse la banale consapevolezza che noi non
bastiamo a noi stessi, in nessun caso, e che l’Altro può essere la nostra vera
ricchezza, ciò che tutto cambia, persino il nostro modo di vedere il mondo, persino la coscienza di noi stessi e della vita (“pare
che ci vuole un’altra persona che avvisa”, p.46). Il legame affettivo si
configura anche come legame di sopravvivenza e questo lo rende ancora più
intenso, indissolubile (“I nostri corpi alleati fanno i nodi”, p.101).
In conclusione, nei romanzi di Erri è così: ogni parola ha
un peso specifico molto più alto della media “letteraria”, si nota un rispetto
profondo per la sacralità del linguaggio, della parola pronunciata, detta o
scritta, e quindi la cura nello scegliere sempre quell’unica parola giusta che attende
di essere detta. Di conseguenza, le sue frasi ti sferzano il viso come un vento
deciso che trasporta neve e ghiaccio, lasciando sulla pelle una sensazione di
freschezza nuova, ma segnando il viso fino a renderlo diverso da quel che era.
Poco conta, in fondo, la trama dei suoi numerosi scritti, la cui brevità è
inversamente proporzionale alla densità di contenuti, poiché i personaggi sono
fantasmi del pensiero, come esseri creati da un Dio per dare voce ai propri
pensieri.
sabato 19 aprile 2014
PRESENTAZIONE - parte prima
Che si faccia conoscenza con un estraneo o si inizi un blog è sempre buona norma presentarsi, innanzitutto. E io lo farò con questo breve racconto.
Salire
sugli alberi mi è sempre piaciuto. Forse perché i loro rami sono grandi e
accoglienti come le braccia di una madre. Forse perché da lassù tutto acquista
una prospettiva diversa.
Gli
uomini si fanno più piccoli, i rumori del mondo incontrano la barriera delle
fronde e ne vengono attutiti, persino il tempo sembra rallentare la sua corsa,
accettando di seguire il ritmo di vita degli alberi.
Sono
cresciuto al terzo piano di un grande palazzo che, da un lato, si affacciava
sul corso Torino, una grande strada di scorrimento a carreggiate separate con
un controviale alberato sul lato opposto. Marciapiedi ampi, innumerevoli
vetrine di negozi, bar e ristoranti, un flusso ininterrotto di persone e mezzi,
compresi quei tir che saltellando sul porfido sconnesso del manto stradale
facevano vibrare i muri del palazzo.
Il manto di cemento che ricopre ogni città
iniziava lì e la fila di case che, come la nostra, costeggiava il versante
occidentale di corso Torino ne costituiva l’ultimo lembo. Sull’altro lato,
infatti, dallo spazioso balcone della sala da pranzo, si potevano vedere le
prime propaggini della campagna: al di là del giardino condominiale, in fondo
ad brusco pendio, iniziava un terreno brullo e scorbutico, ricoperto da erba
mal cresciuta e da piccoli arbusti, qualche albero soltanto accanto alle rive
del Borbore; ma, in lontananza, si stagliavano le colline e, nelle giornate di
cielo limpido, il profilo delle Alpi all’orizzonte, con il Sole che, al
tramonto, sembrava disfarsi come un tuorlo d’uovo sul bordo frastagliato delle
montagne, ammorbidendone i contorni con i toni caldi dell’arancione.
Pareva
che il mio palazzo fosse stata eretto su uno spartiacque tra due mondi, quasi
fosse un muro di cinta che separava la città dal contado. Il confine
attraversava longitudinalmente il mio appartamento, separando le camere da
letto, impregnate dei rumori della città, dalla zona giorno, affacciata invece
sul verde silenzioso della campagna.
Proprio
di fronte al balcone della cucina si ergeva un maestoso abete rosso. Silenzioso
custode della nostra pace, era tanto imponente da poter gareggiare in altezza
con l’alveare di cemento che gli stava di fronte e i suoi rami
sembravano così vicini che, nei miei sogni i bambino, era sufficiente un
piccolo balzo per rifugiarmi tra i suoi rami.
Erano
molti gi alberi tra cui giocavamo, i salici dai rami sottili e cadenti, le
betulle dalla bianca corteccia che si sfogliava come scottata dal troppo sole
dell’estate, pini e abeti di diverse taglie e toni di verde; ma il grande abete
rosso era l’Albero, il sovrano indiscusso, saggio e imponente; isolato nella
sua aiuola circondata dal cemento e dalla ghiaia del cortile interno, su cui
era nostra abitudine grattugiarci le ginocchia durante le partite di calcio,
era affiancato da un pino molto più piccolo, quasi un paggio della sua piccola
corte. Sì, perché di fianco c’era un’altra aiuola con un’altra coppia di
alberi, un abete rosso poco più basso di Sua Maestà, quasi fosse la sua Regina,
accompagnata anch’essa dal suo personale paggio.
Oh
certo, per i grandi Lui era soltanto un albero troppo cresciuto, utile magari
per dare un po’ di refrigerio nelle assolate giornate estive, ma anche
fastidioso per la quantità di aghi, pigne e resina che lasciava cadere al suolo
e soprattutto sulle auto parcheggiate intorno alla sua aiuola. Ma , per nostra
fortuna, i grandi partivano da casa al mattino e, per lo più, non li si vedeva
fino a sera.
Amavo
quell’albero, come si ama l’amico più caro, quello che non si annoia mai di
ascoltarti, quello con cui condividi gli istanti più preziosi della tua vita.
Ci fu un giorno, tuttavia, in cui l’Albero sembrò tradirmi, scrollandomi via da
un suo ramo come una pulce fastidiosa o un animaletto impertinente che
pretendesse di prendere possesso delle sue fronde accoglienti.
Avevo
una decina d’anni e me ne stavo a cavalcioni di un grosso ramo a circa dieci
metri dal suolo, quando scivolai. Come spinto da una forza invisibile, mi
inclinai sul lato destro, il baricentro del mio corpo di bambino si spostò inesorabilmente
al di fuori di esso e la forza di gravità se ne impadronì, spingendomi verso il
basso a testa in giù.
Persi
il contatto con il ramo e mi ritrovai per aria. Una vertigine mi attraversò e
il tempo sembrò rallentare bruscamente, fin quasi a fermarsi. Ma non era il
tempo a scorrere diversamente dal solito. Erano i miei sensi che, per una
subitanea esplosione di adrenalina, assorbivano stimoli dal mondo esterno dieci
volte più rapidamente del normale. Ad un certo punto, la percezione della
realtà intorno a me si fece così intensa che ebbi la sensazione di vedere con
occhi immateriali me stesso cadere.
Per
quanto quell’evento sia scolpito nella mia memoria con solchi netti e profondi,
resta però un vuoto nel ricordo di quei pochi attimi. Forse il cervello,
sovraccaricandosi di informazioni, ad un certo punto smette di registrarle o
forse questi stimoli sensoriali scorrono ad un ritmo così sostenuto che non
hanno modo di imprimersi nella memoria per intero.
Ma
c’è anche un’altra possibile spiegazione. Quando si cade malamente e si ha la
precisa consapevolezza del dolore che si proverà il cervello agisce prontamente
attutendone gli effetti. Ma quando caddi io, il cervello disse al corpo che non
c’era modo di salvarsi – FINE, STOP, contatti chiusi - e io caddi come un corpo
morto cade. Ma, imprevedibilmente, tornando alla vita, mi ritrovai, senza il minimo
graffio, a cavalcioni di un altro ramo tre metri più in basso.
Scesi
dall’Albero imponendomi di procedere con lentezza e di afferrare saldamente i
rami. Arrivai a terra inebetito dallo spavento e, ancor più, dalla sensazione
di irrealtà di ciò che era accaduto. Avevo l’impressione quasi fisica che una
forza cosciente, esterna a me, avesse mutato il corso regolare degli eventi per
una qualche ragione a me sconosciuta e che adesso ridesse della mia
incredulità.
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