mercoledì 23 luglio 2014

recensione a FORREST CARTER, Piccolo Albero, Ed. Salani

Il protagonista di questo rigenerante racconto è un bambino che, alla tenera età di cinque anni, si ritrova orfano dei propri genitori e – siamo all’inizio degli anni ’30, quelli della Grande Depressione – va a vivere con i nonni. Ma i nonni non sono tipi qualunque, dato che “il nonno era mezzo Cherokee e nonna lo era tutta”.
Entriamo qui in contatto con un tòpos della cultura americana soprattutto novecentesca: la celebrazione della cultura dei nativi americani, seguita al loro sterminio, da parte di esponenti di quella stessa civiltà che ne aveva compiuto l’eliminazione fisica. Dietro il velo di questa perdurante ammirazione si nasconde quindi un gigantesco senso di colpa che mai troverà soddisfazione e qualcosa di non detto che pesa come un macigno, come una domanda che non si ha mai il coraggio di pronunciare ma che occupa la mente di tutti: se gli innumerevoli popoli dei nativi americani fossero ancora vitali come nell’Ottocento e occupassero vaste porzioni del Nordamerica, i bianchi, i Wasp o gli yankees, come preferite chiamarli, sarebbero ugualmente così ben disposti verso di loro? Perché solo nel caso di una risposta affermativa tutta questa fascinazione per gli indiani d’America da parte di noi bianchi si può definire sincera e i lori insegnamenti possono mettere radici nella nostra identità culturale e morale, anziché ridursi ad orpello mentale di una civiltà che ha sempre bisogno di rifarsi una verginità, per potersi dire: quanto siamo bravi, e superiori a tutti gli altri, noi che sappiamo ammettere le nostre colpe, che ricordiamo e celebriamo i popoli da noi sconfitti chiamando Tomahawk e Apache le nostre migliori armi da guerra, usate per altri sterminii, in una catena senza fine di violenza, stupidità e autoassoluzione.
Per questo mi accosto sempre con una certa diffidenza ad opere di autori occidentali che abbiano i nativi americani e la loro cultura come protagonisti, ho sempre la sensazione che leggere le pagine di libri come questo sia un atto vagamente sacrilego, nei confronti di un popolo il cui perdono non abbiamo ancora veramente cercato.
Detto questo, il libro di Forrest Carter è veramente bello e narra, capitolo dopo capitolo, l’educazione alla cultura Cherokee del giovane protagonista. Gli insegnamenti che, amorevolmente, gli vengono impartiti dai nonni hanno sempre la loro fonte originaria nell’osservazione partecipe della natura o, per meglio dire, di Mon-o-lah, la madre terra, la cui voce giunge a noi attraverso i suoi figli: Tal-con il falco, Pa-koh il giaguaro, Ti-bi l’ape, Tel-qui il tacchino e tutti gli altri esseri viventi, i quali dicono a chi vuol ascoltare che tutti siamo legati l’uno all’altro, che ogni singolo essere vivente, uomo compreso, esiste in relazione a tutti gli altri esseri viventi che compongono il creato. Questo insegnamento è alla base della Via del Cherokee.
Pagina dopo pagina, attraverso il racconto di Piccolo Albero, ci immergiamo sempre più in questa vita vissuta in piena armonia con la natura circostante, in questo caso i boschi di montagna; presi per mano dal piccolo protagonista, veniamo condotti lungo la Via e ci viene spiegato che ogni persona ha una mente del corpo, legata alle necessità della vita fisica, e quindi egoistica, e una mente dello spirito, che è poi “quel che [di noi] sopravvive quando tutto il resto muore”, quella parte di noi che ci consente di comprendere veramente gli altri esseri viventi, di parlare il linguaggio degli animali e financo di sentire i pensieri degli alberi, “ma è impossibile spalancarle la porta finché non la smetti di essere avido e meschino con la tua mente del corpo”, perché “com’è ovvio, comprensione e amore sono tutt’uno”.
E così capiamo anche quanto ogni Cherokee fosse parte della terra che, sotto i mocassini, sentiva “spingere e gonfiarsi, ondeggiare e cedere… e sentivo le radici che ne venavano il corpo e la vita dell’acqua-sangue, profonda dentro di lei”. E non sembra più un’esagerazione retorica l’affermazione che “mentre il Cherokee si allontanava dalle sue montagne, aveva cominciato a morire”, né pare più eccessivo sostenere che l’uomo bianco, sradicandosi dalla sua terra, ha ottenuto molte conquiste ma altrettanto ha perduto, in particolare nella capacità di sentire e comprendere. Così la parola dei Cherokee sembra destinata a perdersi, non essendoci più nessuno a pronunciarla né qualcuno ancora in grado di ascoltarla. E la Via dei Cherokee sembra finire in un cimitero. Oppure no?
P.S. Naturalmente, c’è molto altro in questo splendido racconto. Ci si può anche divertire a raccogliere tante annotazioni pratiche di vita nei boschi, ricavandone una sorta di Manuale delle Giovani Marmotte Indiane!

PRESENTAZIONE - parte seconda


Perché intitolare questo blog il solco della modernità? Un’intuizione che non ho voluto abbandonare, un’espressione che non mi si è più staccata dalla mente come una maglietta bagnata sulla pelle.
 Il solco della modernità è il segno che l’epoca in cui viviamo traccia sulle nostre vite. E’ un dato ineluttabile, è l’orizzonte della civiltà entro cui siamo destinati a vivere, oltre il quale nulla esiste, da cui non è concepibile fuga alcuna, poiché al di fuori di queste coordinate psichiche e culturali tutto è caos e follia.
E’ una gabbia, certo, ma in eterno movimento lungo questo solco che tutti noi contribuiamo a tracciare.
Esistono epoche in cui molti, tutti insieme, spinti da un intento comune, possono credere di poter deviare il percorso che questo solco pare predestinato a seguire, epoche in cui l’orizzonte si amplia inaspettatamente e tutto pare possibile, financo, volendolo, invertire il percorso e tornare sui propri passi. Sono momenti rari, tragici il più delle volte, in cui interessi difformi convergono nella stessa direzione, concentrandosi in picchi di energia psichica, pennacchi che disperdono presto i singoli filamenti di cui sono composti in innumerevoli direzioni.
Di norma, invece, gli eroi solitari, privi di un grande seguito, che pretendono, alla stregua di novelli Titani, di sfidare gli Dei sembrano essere in numero troppo esiguo per raggiungere quella soglia critica oltrepassata la quale i sogni palingenetici e le istanze di cambiamento trascolorano nella realtà e una morsa feroce devia l’Aratro della Vita.
D’altra parte, però, modificarne il percorso di un angolo insignificante è più che sufficiente a far sì che nel lungo termine si crei una distanza enorme dal percorso prestabilito. Ed è proprio questa la segreta consapevolezza che dona ad ogni singolo ribelle, per quanto isolato nel mondo delle proprie idee, inascoltato o rinchiuso in una gabbia di cemento e metallo, la forza di continuare a lottare senza lasciarsi trascinare inerte sul fondo di questo solco dalla corrente della Storia, ma offrendo resistenza con un movimento laterale lungo le pareti scoscese che franano sotto il suo stesso peso, cercando di spingersi con fatica immane fin sul bordo di questo solco, là dove l’orizzonte è più ampio e al tempo stesso si  fa più oscuro.
Ecco, questa è l’immagine che è emersa sulla superficie della mia consapevolezza pensando a un titolo da dare a questo blog e qui la condivido con voi.

martedì 8 luglio 2014

RECENSIONE di Francisco Coloane, Terra del Fuoco, Ed. Guanda.



RECENSIONE di Francisco Coloane, Terra del Fuoco, Ed. Guanda.
In questi racconti dello scrittore cileno Francisco Coloane i personaggi sembrano prendere vita dalla terra che calpestano, quella Terra del Fuoco che costituisce l’estremità meridionale della Patagonia e, quindi, del continente americano. Là, in quelle terre lontane, l’Uomo e la Natura interagivano senza che l’uno prevalesse sull’altra, in quell’estrema propaggine delle terre australi ancora non si era interrotto il dialogo tra l’uomo e l’ambiente naturale che lo ospitava; al contrario, la Natura, con il suo movimento ciclico, la solitudine dei suoi paesaggi, l’irrefrenabile energia delle sue manifestazioni, la sua capacità di essere accogliente e innocentemente violenta, impudica e ricolma di sacralità fa da contrappunto ai pensieri degli uomini , alle pulsioni profonde che li smuovono e motivano le loro azioni, alle correnti interiori che scolpiscono con forza o plasmano con delicatezza le loro anime, alla misera linearità del loro tempo, che li espone all’ossessione peculiare, quella per l’idea della Fine, alla sfiancante rincorsa di un orizzonte di pienezza e serenità che sanno non essere loro concesso in questa vita.
Infatti, la capacità di accogliere in sé la Natura, di “portare la civiltà nella natura e la natura nella civiltà”  è il vero Eden che l’uomo continua a sognare ma che rappresenta ormai un traguardo irraggiungibile, poiché non è davanti a sé, ma alle proprie spalle, appartiene ad uno condizione, lo stato di natura, al quale siamo sfuggiti ormai definitivamente. Non c’è possibilità di tornare sui propri passi, se non al prezzo di perdersi. Come fa dire ad uno dei suo alter ego letterari: “la natura prima ti ‘disintegra’, e poi ti ‘integra’ in lei come uno dei suoi elementi. Nella prima fase ci si sente annichiliti, alcuni periscono, mentre nella seconda si rinasce con un nuovo vigore; è così che, a volte, seleziona e distrugge ciò che più le conviene. […] Fu come se avessi cessato di essere me stesso. […] tutto era lì, nella natura, di fronte alla quale fino ad allora mi erano mancati occhi, sensi, mente, per vedere, ascoltare e riflettere”.
La natura è protagonista, come in London, al quale Coloane è stato paragonato; ma in questi suoi racconti il tono non è mai epico, piuttosto lo si può definire crepuscolare, come il sole basso di queste terre estreme. Nella Patagonia di Coloane la sottile crosta della civiltà era spaccata e attraversata da solchi profondi, come terra bruciata dal sole, lì ogni essere umano (o, meglio, ogni  uomo bianco), di fronte ad una natura selvaggia e, spesso, ad una sconfinata solitudine, si mostrava brutale, laconico, fragile e tagliente quanto il paesaggio che lo circondava e, soprattutto, poteva capitare di scoprire che, “per quanto l’uomo fosse arrivato a dominare la natura, non riusciva ancora a dominare la propria…”. A dimostrarlo è più che sufficiente la violenza sconfinata e irredimibile nei confronti di chi ha voce né diritti, ossia le sparute comunità di indios che lì ancora sopravvivevano e la natura stessa, violentata non solo metaforicamente.

venerdì 20 giugno 2014

recensione di T. Todorov, La conquista dell'America. Il problema dell'"altro", Einaudi Ed.



L’argomento centrale di questo libro è il rapporto dell’uomo occidentale con l’alterità, studiato attraverso quella che Todorov considera una storia esemplare, ossia una storia vera qual è la Conquista spagnola dell’America, rivista e interpretata alla luce del suo significato più profondo, che è sempre un significato etico. L’intento dell’autore è, infatti, che si ricordi “quel che può accadere se non si riesce a scoprire l’altro. Perché l’altro deve essere scoperto”.
Si faccia caso  alla dedica che l’autore ha inserito a coronamento di questa sua fatica, di cui bisogna veramente essergli grati. Todorov scrive:  “Dedico questo libro alla memoria di una donna maya divorata dai cani”, facendo riferimento ad un episodio minimo, per quanto atroce, di quelli che restano sommersi e schiacciati sotto le macerie della Storia nel suo inarrestabile avanzare e che soltanto uno studioso poteva resuscitare dal resoconto di un cronista della Conquista spagnola. Il riferimento a questa violenza disumana, che in nessun altro modo poteva essere risarcita se non ricordandola e intendendone il significato profondo, illumina quest’opera nel suo complesso e ne fornisce la chiave interpretativa, ricollegando in modo esplicito la riflessione di Todorov ad una genealogia e ad una bibliografia illustre che possiamo racchiudere sotto l’etichetta di “critica della Modernità”: quella donna maya, infatti, non è diversa dalle vittime innocenti che tormentavano la mente di Dostojevskij e rendevano problematico il suo Cristianesimo o dalle innumerevoli vite spezzate cui Solzenicyn, caparbio cronista dell’orrore comunista, ridà volto e nome o, ancora, dalla disumanizzante macchina dello sterminio cui Primo Levi contrappone la lucidità spietata della sua analisi. 
Come questi autori e molti altri hanno saputo mostrare con il loro esempio, fondamentale è non lasciarsi annichilire da questa sofferenza immane, non razionalizzabile - che pare rovesciarsi come una poderosa valanga lungo il pendio della Storia, travolgendo ogni possibilità di comprensione - e, assumendo consapevolmente il ruolo di testimoni del Male nella Storia, affrontare ciò che si deve assolutamente contrastare con gli strumenti che la ragione ci offre. Nel caso della storia della Conquista dell’America, il Male che ha prodotto un vero e proprio genocidio di cui non esistono paragoni si chiarisce – fuoriesce dall’ottusità di cui il Male si ammanta - affrontando il nodo antropologico della relazione con l’Altro. Il libro si articola infatti in quattro parti - rispettivamente intitolate Scoprire, Conquistare, Amare e Conoscere – , di cui le prime due sono quelle storicamente più rilevanti (tanto che i termini “scoperta” e “conquista” dell’America in apparenza racchiudono in sé il pieno significato di queste vicende), mentre le altre due mostrano la strada che soltanto alcuni hanno saputo e voluto percorrere.
La grandezza di Todorov e il valore eccelso di questo saggio risiedono nella capacità dell’autore di non limitarsi ad un’incolore esposizione di fatti e di non lasciarsi irretire dal Male attraverso la fascinazione che esso esercita su chiunque vi posi lo sguardo. Todorov, infatti, non si perde nella morbosa elencazione degli orrori compiuti dagli spagnoli del Cinquecento e nella descrizione di un Male che alcuni vorrebbero assoluto e quindi tanto meno conoscibile quanto più lo si ingigantisce, alla stregua di un esteta che, innamorato di un’opera d’arte, sia affascinato da ogni più piccolo dettaglio, tanto da vedervi un frammento dell’Assoluto dentro al quale sarebbe disposto a perdersi per l’eternità. Niente di tutto questo in Todorov. Come scrive a conclusione del suo lavoro: “E’ piuttosto superficiale accontentarsi di condannare i cattivi conquistadores e compiangere i buoni indiani […] Riconoscere, per alcuni aspetti, la superiorità dei conquistadores non significa farne l’elogio; è necessario analizzare le armi della conquista se si vuole che essa un giorno abbia fine”.
I personaggi chiave dell’epoca li ritroviamo quindi in tutta la loro complessità, con le loro idiosincrasie esposte in piena luce – Cristoforo Colombo sul crinale di una Modernità cui proprio lui apre le porte, con la sua mentalità di uomo del Medioevo guidato da una fede incrollabile e da un dialogo continuo con il suo Dio e una passione altrettanto indomita di esplorazione di questo nostro mondo e di conoscenza (e ammirazione) della Natura, che lo avvicina invece alle generazioni successive di esploratori; Cortés, condottiero lucidissimo - come ci aspetteremmo da un comandante di secoli più vicini a noi (o ancora più lontani) – che dimostra di aver recepito perfettamente la lezione di Machiavelli, portatore di una moralità nuova, già pienamente moderna, desideroso non di conoscere gli indiani, ma di comprenderli per poterli sconfiggere più facilmente, con le armi dell’astuzia –simulazione e dissimulazione - più che con la forza delle armi; Moctezuma, guida suprema di un popolo che, avendo una concezione ciclica del tempo, cerca ossessivamente nel passato i segni per comprendere il presente e dare un senso ad un evento unico come l’arrivo degli Spagnoli, condannandosi alla sconfitta; e poi uomini come Bartolomé de Las Casas e Bernardino de Sahagun che, con approcci diversi, hanno saputo avvicinarsi agli indiani e scoprire in loro una comune appartenenza all’umanità. 
Ma dal confronto/scontro con un’alterità tanto radicale emerge anche l’identità profonda della nostra civiltà, schematizzata in dualismi che l’autore spiega con rara efficacia espositiva, ad esempio le contrapposizioni civiltà narrative/ civiltà interpretative, civiltà del massacro/civiltà del sacrificio, civiltà allocentrica/civiltà egocentrica. Todorov ci ricorda così che “si impara a conoscere l’altro attraverso noi stessi, ma anche a conoscere noi stessi per mezzo dell’altro”.
In conclusione, credo non siano molti i saggi storici che possano vantare una tale densità di contenuti  unita ad una chiarezza espositiva tanto efficace. E’ un testo imprescindibile per comprendere la modernità di cui ancor oggi siamo parte (per quanto si voglia distinguere la nostra contemporaneità dicendo di noi stessi che siamo post-moderni) e soprattutto le contraddizioni insolute che ci trasciniamo con crescente fatica lungo il nostro cammino. E’ una dimostrazione lampante di come lo sguardo obliquo del genio possa offrire una nuova prospettiva su eventi cruciali del nostro passato, di cui mille e mille volte si è scritto e parlato senza mai comprenderne l’essenza. 


recensione a Erri De Luca, Montedidio, Feltrinelli Ed.



Un paio d’anni fa ho avuto il piacere di vedere e ascoltare Erri de Luca al Salone del Libro di Torino e mi sono scoperto ad osservare che il suo modo di parlare sembrava rispecchiarsi molto bene nella sua scrittura: il ritmo regolare del suo eloquio, privo di brusche accelerazioni o di ripensamenti e incertezze, con una sottile musicalità quasi da cantastorie; l’attenzione sempre percepibile per la scelta delle parole; il suo modo di scandire una voce potente e cristallina da attore di teatro e, al tempo stesso, l’apparente fatica di parlare con una lingua che pareva non essere la sua più autentica, quella con cui parla la voce della sua anima.
Anche in questo romanzo breve, infatti, la napoletanità emerge come un dato centrale della sua biografia e proprio dal contrasto tra la lingua italiana e il dialetto napoletano prende avvio una riflessione di carattere antropologico intessuta all’interno della narrazione: l’italiano è una lingua straniera (p.20), lingua del Potere (“con l’italiano uno si difende meglio”, p.7), dunque una lingua distante, fredda, quasi burocratica (“scrivo in italiano perché è zitto e ci posso mettere i fatti del giorno, riposati dal chiasso del napoletano”, p.7),  una lingua incapace di comunicare le passioni che smuovono il napoletano, inabile ad esprimere la diversa sensibilità che lo caratterizza, in definitiva una lingua morta.
Erri descrive un mondo di povertà materiale, ma non spirituale; con i suoi personaggi mette in scena un popolo che vanta un suo codice morale e un suo proprio senso dell’onestà non imposto da un’educazione esteriore (“o si dice in faccia o si sta zitto”, p.71), gente che si prende molta confidenza persino con Dio, intrattiene con lui un rapporto blasfemo, fin quasi a negarne l’esistenza (“Rafaniello dice che a forza di insistere Dio è costretto a esistere, a forza di preghiere si forma il suo orecchio, a forza di lacrime nostre i suoi occhi vedono, a forza di allegria spunta il suo sorriso”, p.57) o l’interessamento per le umane vicende (“Sì, vede tutto [il padreterno], ma se non ci penso io a aggiustare le cose, se ne sta a guardare lo spettacolo”, 50), ci litiga, lo prende a male parole o se lo prende per mano, quasi fosse un pischello cui bisogna insegnare proprio tutto;  ma è un privilegio che questo popolo si è preso per ciò che ha vissuto, perché “ha conosciuto lo schifo” (p.69), ha visto troppo dolore e troppa violenza - una violenza che si sente nel corpo (“la mossa sbagliata di un altro schioda un coperchio e salta fuori il sangue maligno”, p.132) – e conosce l’arroganza della morte (“a Napoli la morte non si vergogna di niente”, p.67).  Una massa di dolore che ti attraversa da parte a parte solo quando ne è vittima un essere non toccato dal peccato, com’è il caso di un asino, nel racconto di don Rafaniello (“il suo grido invece è inutile, gigantesco, riguarda solo lui e Dio, l’uomo è escluso”).
A Napoli ci si deve arrangiare per vivere, perché non c’è Dio cui rivolgersi, né uomo o istituzione che non mettano davanti a tutto i lori interessi particolari, non c’è niente di sicuro cui aggrapparsi né fondamenta solite sulle quali costruire le proprie fortune, non si può nemmeno aver la pretesa di desiderare qualcosa (“L’anno passato non mi sognavo di chiedere questo, è successo da solo, senza un desiderio”, p.97); il caso sembra essere il vero padrone delle vite dei napoletani. Un esempio può chiarire ulteriormente questo aspetto: anche a Napoli, come in ogni dove, c’è chi lavora e chi vive del lavoro altrui, ma non a caso lì si usa sempre il verbo “tenere invece di avere. Avere è presuntuoso, invece tenere lo sa che oggi tiene e domani chi sa se tiene ancora” (p.89).
In questo panorama di macerie, ciò che tiene vivo e vitale, persino allegro, il napoletano è forse la banale consapevolezza che noi non bastiamo a noi stessi, in nessun caso, e che l’Altro può essere la nostra vera ricchezza, ciò che tutto cambia, persino il nostro modo di vedere il mondo, persino la coscienza di noi stessi e della vita (“pare che ci vuole un’altra persona che avvisa”, p.46). Il legame affettivo si configura anche come legame di sopravvivenza e questo lo rende ancora più intenso, indissolubile (“I nostri corpi alleati fanno i nodi”, p.101).
In conclusione, nei romanzi di Erri è così: ogni parola ha un peso specifico molto più alto della media “letteraria”, si nota un rispetto profondo per la sacralità del linguaggio, della parola pronunciata, detta o scritta, e quindi la cura nello scegliere sempre quell’unica parola giusta che attende di essere detta. Di conseguenza, le sue frasi ti sferzano il viso come un vento deciso che trasporta neve e ghiaccio, lasciando sulla pelle una sensazione di freschezza nuova, ma segnando il viso fino a renderlo diverso da quel che era. Poco conta, in fondo, la trama dei suoi numerosi scritti, la cui brevità è inversamente proporzionale alla densità di contenuti, poiché i personaggi sono fantasmi del pensiero, come esseri creati da un Dio per dare voce ai propri pensieri.

sabato 19 aprile 2014

PRESENTAZIONE - parte prima

Che si faccia conoscenza con un estraneo o si inizi un blog è sempre buona norma presentarsi, innanzitutto. E io lo farò con questo breve racconto.



Salire sugli alberi mi è sempre piaciuto. Forse perché i loro rami sono grandi e accoglienti come le braccia di una madre. Forse perché da lassù tutto acquista una prospettiva diversa.
Gli uomini si fanno più piccoli, i rumori del mondo incontrano la barriera delle fronde e ne vengono attutiti, persino il tempo sembra rallentare la sua corsa, accettando di seguire il ritmo di vita degli alberi.

Sono cresciuto al terzo piano di un grande palazzo che, da un lato, si affacciava sul corso Torino, una grande strada di scorrimento a carreggiate separate con un controviale alberato sul lato opposto. Marciapiedi ampi, innumerevoli vetrine di negozi, bar e ristoranti, un flusso ininterrotto di persone e mezzi, compresi quei tir che saltellando sul porfido sconnesso del manto stradale facevano vibrare i muri del palazzo.
 Il manto di cemento che ricopre ogni città iniziava lì e la fila di case che, come la nostra, costeggiava il versante occidentale di corso Torino ne costituiva l’ultimo lembo. Sull’altro lato, infatti, dallo spazioso balcone della sala da pranzo, si potevano vedere le prime propaggini della campagna: al di là del giardino condominiale, in fondo ad brusco pendio, iniziava un terreno brullo e scorbutico, ricoperto da erba mal cresciuta e da piccoli arbusti, qualche albero soltanto accanto alle rive del Borbore; ma, in lontananza, si stagliavano le colline e, nelle giornate di cielo limpido, il profilo delle Alpi all’orizzonte, con il Sole che, al tramonto, sembrava disfarsi come un tuorlo d’uovo sul bordo frastagliato delle montagne, ammorbidendone i contorni con i toni caldi dell’arancione.
Pareva che il mio palazzo fosse stata eretto su uno spartiacque tra due mondi, quasi fosse un muro di cinta che separava la città dal contado. Il confine attraversava longitudinalmente il mio appartamento, separando le camere da letto, impregnate dei rumori della città, dalla zona giorno, affacciata invece sul verde silenzioso della campagna.  

Proprio di fronte al balcone della cucina si ergeva un maestoso abete rosso. Silenzioso custode della nostra pace, era tanto imponente da poter gareggiare in altezza con l’alveare di cemento che gli stava di fronte e i suoi rami sembravano così vicini che, nei miei sogni i bambino, era sufficiente un piccolo balzo per rifugiarmi tra i suoi rami.
Erano molti gi alberi tra cui giocavamo, i salici dai rami sottili e cadenti, le betulle dalla bianca corteccia che si sfogliava come scottata dal troppo sole dell’estate, pini e abeti di diverse taglie e toni di verde; ma il grande abete rosso era l’Albero, il sovrano indiscusso, saggio e imponente; isolato nella sua aiuola circondata dal cemento e dalla ghiaia del cortile interno, su cui era nostra abitudine grattugiarci le ginocchia durante le partite di calcio, era affiancato da un pino molto più piccolo, quasi un paggio della sua piccola corte. Sì, perché di fianco c’era un’altra aiuola con un’altra coppia di alberi, un abete rosso poco più basso di Sua Maestà, quasi fosse la sua Regina, accompagnata anch’essa dal suo personale paggio.
Oh certo, per i grandi Lui era soltanto un albero troppo cresciuto, utile magari per dare un po’ di refrigerio nelle assolate giornate estive, ma anche fastidioso per la quantità di aghi, pigne e resina che lasciava cadere al suolo e soprattutto sulle auto parcheggiate intorno alla sua aiuola. Ma , per nostra fortuna, i grandi partivano da casa al mattino e, per lo più, non li si vedeva fino a sera.

Amavo quell’albero, come si ama l’amico più caro, quello che non si annoia mai di ascoltarti, quello con cui condividi gli istanti più preziosi della tua vita. Ci fu un giorno, tuttavia, in cui l’Albero sembrò tradirmi, scrollandomi via da un suo ramo come una pulce fastidiosa o un animaletto impertinente che pretendesse di prendere possesso delle sue fronde accoglienti.
Avevo una decina d’anni e me ne stavo a cavalcioni di un grosso ramo a circa dieci metri dal suolo, quando scivolai. Come spinto da una forza invisibile, mi inclinai sul lato destro, il baricentro del mio corpo di bambino si spostò inesorabilmente al di fuori di esso e la forza di gravità se ne impadronì, spingendomi verso il basso a testa in giù.
Persi il contatto con il ramo e mi ritrovai per aria. Una vertigine mi attraversò e il tempo sembrò rallentare bruscamente, fin quasi a fermarsi. Ma non era il tempo a scorrere diversamente dal solito. Erano i miei sensi che, per una subitanea esplosione di adrenalina, assorbivano stimoli dal mondo esterno dieci volte più rapidamente del normale. Ad un certo punto, la percezione della realtà intorno a me si fece così intensa che ebbi la sensazione di vedere con occhi immateriali me stesso cadere.
Per quanto quell’evento sia scolpito nella mia memoria con solchi netti e profondi, resta però un vuoto nel ricordo di quei pochi attimi. Forse il cervello, sovraccaricandosi di informazioni, ad un certo punto smette di registrarle o forse questi stimoli sensoriali scorrono ad un ritmo così sostenuto che non hanno modo di imprimersi nella memoria per intero.
Ma c’è anche un’altra possibile spiegazione. Quando si cade malamente e si ha la precisa consapevolezza del dolore che si proverà il cervello agisce prontamente attutendone gli effetti. Ma quando caddi io, il cervello disse al corpo che non c’era modo di salvarsi – FINE, STOP, contatti chiusi - e io caddi come un corpo morto cade. Ma, imprevedibilmente, tornando alla vita, mi ritrovai, senza il minimo graffio, a cavalcioni di un altro ramo tre metri più in basso.
Scesi dall’Albero imponendomi di procedere con lentezza e di afferrare saldamente i rami. Arrivai a terra inebetito dallo spavento e, ancor più, dalla sensazione di irrealtà di ciò che era accaduto. Avevo l’impressione quasi fisica che una forza cosciente, esterna a me, avesse mutato il corso regolare degli eventi per una qualche ragione a me sconosciuta e che adesso ridesse della mia incredulità.